A New York
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Intervista a Salvatore Antonio Poddighe (1919)

 

 

A New York

Lingua sarda

Centro storico di Sarule

Ancient houses in Orani, Oniferi and Sarule (Sardinia)

 

Strada stretta a Sarule

 
 
 

Vecchia casa a Sarule

 
 
 

Casa antica. Oniferi

 
 
 

Piazza di Oniferi

 
 
 

Fontana a Orani

 
 
 
 

 

Ho frequentato la seconda elementare e in seguito ho fatto il pastore fino a vent’anni, quando Mussolini mi ha condotto in Libia. Non dimenticherò mai il cannone 8856, sul cui seggiolino ero sempre seduto.
Prima di partire, un sacerdote dualchese mi aveva donato un breve dicendomi: «Questo portalo sempre con te, ti proteggerà». Un giorno mi sono recato a rilevare un punto strategico in compagnia del tenente. Improvvisamente una bomba ha colpito lo sportello della jeep sulla quale viaggiavamo, ma non è esplosa. Io mi sono tolto immediatamente la bustina, con cui ho afferrato la bomba e l’ho scaraventata lontano. Ho pensato di essere stato salvato grazie al breve che portavo con me.
Ho patito la fame e la sete. Eravamo assetati a tal punto da svuotare l’acqua arrugginita dei radiatori dei carrarmati incendiati e da succhiarla un po’ filtrata dal fazzoletto. Quando arrivavano i rifornimenti ci davano una scatoletta di carne gonfia dal caldo. La aprivamo e il sugo balzava in alto come spumante. La carne era accompagnata da gallette della prima guerra mondiale, con i vermi dentro. Se eravamo fortunati ci portavano bocce di riso freddo, cucinato lontano dal fronte. Ce ne davano una fetta, condita con insetti dal muso lungo: carboidrati e proteine!
Per un breve lasso di tempo occupavamo un territorio e pochi giorni dopo lo perdevamo, perché la distesa pianeggiante si prestava alla guerra di movimento. Quando eravamo accerchiati potevamo restare anche tre giorni senza mangiare e senza bere.
Durante il giorno, a causa del caldo, indossavamo soltanto pantaloncini, di notte scendeva la brina e ci infilavamo la camicia lurida e carica di pidocchi, buttati sulla sabbia vicino al cannone cui eravamo addetti.
Il fronte nemico era distante circa dieci chilometri, ma qualche volta i soldati si avvicinavano lenti e silenziosi al nostro fronte, si infiltravano e ci attaccavano a sorpresa. Dovevamo vigilare senza sosta, da un momento all’altro bisognava azionare il cannone. Ci nascondevamo dietro sacchi di sabbia per proteggerci dalle schegge delle bombe.
Nell’autunno 1942 abbiamo subito una dura sconfitta ad El-Alamain. Durante la ritirata verso Tunisi, due cannoni sparavano indietro e altri due erano in coda alla fila per fermare l’avanzata del nemico. Sentivo fischiare le fucilate e le mitragliate, vedevo esplodere le bombe degli aerei, dei carrarmati. Non eravamo in grado di caricare sui camion le migliaia di soldati ammucchiati che morivano sotto i nostri occhi e tra i cui corpi eravamo costretti a procedere. El-Alamain era un inferno.
A Tunisi siamo stati fatti prigionieri a migliaia e ci hanno trasportati a Casablanca in camion e in vagoni-bestiame di treni sgangherati. Siamo rimasti per qualche tempo all’interno di un reticolato, morti di fame. Dove potevamo andare!
E invece proprio in quel luogo disperato abbiamo preso la nave per New York. Siamo sbarcati nel porto e siamo partiti in treno a Los Angeles. Appena arrivati ci hanno portati in una sala, dove ci hanno fatto cambiare quegli abiti stracciati e ci hanno condotti direttamente alla mensa. Non ci sembrava vero di trovarci davanti a piattoni di pastasciutta!
All’inizio della prigionia eravamo malati di enterocolite cronica, era una disgrazia, sempre con i pantaloni in mano a cagare sangue. Non mi stancherò di parlare bene degli americani, perché ci hanno medicati immediatamente e siamo stati accolti come fratelli dalla popolazione. Ci hanno istruiti, ho imparato a leggere e a scrivere.
Eravamo liberi di spostarci a nostro agio con il lasciapassare. L’America è bellissima, c’erano grattacieli e benessere. Sono andato addirittura a raccogliere cotone. La caserma era comoda, fornita di riscaldamento e coperte. C’era persino una sala da ballo, dove venivano a ballare con noi ragazze americane stupende.
In America sono rimasto tre anni e ho appreso un po’ d’inglese. Alla fine, purtroppo, abbiamo dovuto prendere la nave per l’Europa. Abbiamo raggiunto Panama e il Mar dei Caraibi, dove abbiamo rischiato grosso, perché il mare era tanto agitato da spezzare le navi. La nostra nave per tre giorni non riusciva a procedere e il viaggio fino a Napoli è durato trentadue giorni. Mi è rimasto un bellissimo ricordo dell’America.
A venti e a ventun anni non temevo assolutamente nulla, perché vedevo i compagni cadere continuamente davanti a me, ero rassegnato a morire anch’io, ma grazie a Dio sono stato talmente fortunato che non mi sembra vero.

Vecchia abitazione a Oniferi

 
 
 

Foto casa antica a Oniferi

 
 
 

Vecchio muro a Sarule

 
 
 

Vecchia finestra a Oniferi

 
 
 

Casa in rovina a Oniferi

 
 
 

Primavera a Oniferi

 
 
 
 
 
 

 

Da Domos de ammentu (Le case della memoria), a cura di Costanzo Sanna, edizioni Iris, 2005.

www.caseantichesardegna.it